




Celebrando il prossimo 300° anniversario della nascita di Niccolo Piccinni nel 2028

La “Cecchina” al Petruzzelli: un trionfo barese per Piccinni
Durante il mese di gennaio il Teatro Petruzzelli di Bari ha regalato al suo pubblico delle serate memorabili con la rara messa in scena de La buona figliuola (nota anche come La Cecchina), opera buffa in tre atti di Niccolò Piccinni su libretto di Carlo Goldoni, messo in cartellone recentemente in vista delle celebrazioni per il tricentenario della nascita del compositore barese, nel 2028. In un clima di fervida attesa per omaggiare il genio piccinniano – nato proprio nella nostra città il 16 gennaio 1728 – questa produzione si è rivelata un gioiello di freschezza e vitalità, capace di riportare alla luce un’opera che merita un posto fisso nei cartelloni europei. Il pubblico, affollato e partecipe, ha decretato un successo clamoroso con applausi a scena aperta e ovazioni finali, confermando il potenziale di questo spettacolo a diventare un veicolo per la rinascita mainstream del repertorio piccinniano.
Sinossi della trama
La buona figliuola, premiered nel 1760 al Teatro delle Dame di Roma, narra la storia di Cecchina, una semplice contadina che vive in una fattoria con la famiglia adottiva. La giovane, ignara delle sue origini nobili, attira l’amore del Marchese della Conchiglia Armando, osteggiato dalla sorella, Marchesa Lucinda, promessa sposa del cavaliere Armidoro. Quest’ultimo, inizialmente ostile all’idea di un’unione tra il potenziale cognato e una “serva”, scatena una serie di equivoci comici e sentimentali. Parlucchia, cameriera della Marchesa, Sandrina, lavoratrice rustica e il contadino Mengotto, spasimante di Cecchina, aggiungono caos e umorismo con i loro intrighi. Il plot si risolve in un lieto fine: Cecchina scopre di essere in realtà Marianna, figlia perduta di un barone tedesco, legittimando così socialmente il suo amore per Armando. Goldoni, maestro del dramma giocoso, infonde alla vicenda un tocco di sentimentalismo illuminista, dove virtù e meriti personali prevalgono sul sangue nobile, anticipando temi mozartiani come quelli de Le nozze di Figaro.

Il trionfo europeo dell’opera
Subito dopo il debutto a Roma, La Cecchina divenne un fenomeno continentale. Tradotta in francese, tedesco, inglese e persino spagnolo, fu rappresentata nei principali teatri d’Europa: dal San Carlo di Napoli alla Scala di Milano, dalla Opéra di Parigi al King’s Theatre di Londra. Secondo i resoconti dell’epoca, come quelli di Charles Burney, l’opera superò le 50 rappresentazioni a Roma nel primo anno, e le sue arie – come “Una rondinella al nido” o “Se mi rivolgo al prato” – furono trascritte e cantate ovunque. Piccinni, rivaleggiando con Paisiello e Cimarosa, impose il suo stile galante, fatto di melodie accattivanti e ensemble vivaci, che influenzarono il gusto preromantico. Purtroppo, dopo la morte del compositore nel 1800, l’opera cadde nell’oblio, eclissata dal repertorio germanico di Haydn e Mozart. Eppure, il suo spirito intriso di buffa umanità e brillante orchestrazione la rende oggi candidata ideale per un revival: intrattenimento puro, uplifting, con echi haydniani nei concertati e mozaritiani nelle sinfonie iniziali, che ne fanno un ponte perfetto tra barocco e classicismo.
La messinscena al Petruzzelli: un cast stellare

La direzione artistica ha centrato il bersaglio scegliendo un cast perfettamente calato nei personaggi, meritevole del feedback entusiastico del pubblico. Al centro, la Cecchina di soprano Francesca Aspromonte, dal timbro cristallino e agile, ha incarnato con disarmante naturalezza la dolcezza contadinesca e il crescendo emotivo della protagonista. La sua aria “Vado scalza e a piedi asciutti” è stata un capolavoro di espressività, con agilità vocali che evocavano la purezza goldoniana. Armando, interpretato da Krystian Adam, ha risposto con un lirismo passionale, duettando con lei in pagine di rara poesia. Il Cavaliere e la Marchesa di Francesca Benitez e Ana Maria Labin, autorevoli e comiche al punto giusto, hanno dominato le scene di gelosia, mentre Sandrina e Paoluccia hanno infuso malizia e verve alle scene di gruppo.
Mengotto, nelle mani di Christian Senn è stato un vulcano di comicità slapstick, rubando la scena con il suo buffo e patetico servilismo. Ogni voce si amalgamava in un ensemble corale impeccabile, diretto con swing dal maestro Stefano Montanari, che ha esaltato l’orchestra del Petruzzelli mantenendo tempi vivaci e dinamiche sfumate. Nessuna stonatura, solo armonie che fluivano come un fiume in piena, catturando l’anima napoletana di Piccinni – barese d’origine, ma formatosi nella scuola partenopea.
Costumi e scenografie: semplicità efficace

Ho particolarmente apprezzato i costumi, firmati da Massimo Cantini Parrini, che con tessuti grezzi per i contadini e sete damascate per i nobili hanno delineato con precisione le gerarchie sociali senza eccessi. I colori pastello – verdi campi e azzurri cieli – evocavano l’Arcadia goldoniana, mentre dettagli come i fazzoletti contadineschi e le parrucche incipriate aggiungevano un tocco settecentesco autentico, senza cadere nel kitsch. La scenografia, minimalista ma geniale, ruotava attorno a una villa arcadica modulare: pannelli rotanti trasformavano fattoria in salone nobile con pochi gesti, grazie a proiezioni luminose discrete. Questa semplicità ha amplificato il ritmo teatrale, evitando il sovraccarico visivo e lasciando spazio alla musica. Luci calde e ombre giocose hanno underscored i momenti comici, creando un’atmosfera intima in un teatro imponente come il Petruzzelli.
Il potenziale di un revival mainstream
Questa Cecchina non è solo un omaggio locale, ma un manifesto per la riscoperta di Piccinni. L’opera brilla per la sua immediatezza: arie orecchiabili, ritmi danzanti e un umorismo universale che la rendono perfetta per teatri moderni assetati di novità accessibili. Ricorda Haydn per la vivacità strumentale – pensate alle sinfonie dei concertati – e Mozart per l’introspezione sentimentale di Cecchina, prefigurando Susanna o Zerlina. In un’epoca di repertorio inflazionato, potrebbe conquistare il pubblico mainstream come Die Fledermaus o La vedova allegra, con tour europei già nell’aria. Il Petruzzelli ha dimostrato che basta una produzione snella e un cast azzeccato per farla esplodere.
Le serate si sono chiuse consistentemente con un entusiasta risposta del pubblico barese che prelude a potenziali reazioni di altre audience in giro per l’Europa. Bari, culla di Piccinni, ha dato il via a un ritorno trionfale: che questa Cecchina voli alto nei teatri di Vienna, Parigi e Londra, riportando in auge il nostro eroe musicale. Un piccolo miracolo teatrale, uplifting e contagioso.



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