



Mohammed Khaïr-Eddine, «Il cavamorti»: una voce prorompente finalmente in italiano
Esistono libri che non chiedono il permesso di esistere. Libri che irrompono, che disturbano, che lasciano il lettore in uno stato di disorientamento fertile — quello stesso disorientamento che è la condizione necessaria di ogni vera esperienza letteraria. Le déterreur di Mohammed Khaïr-Eddine è uno di questi libri. E oggi, per la prima volta, il pubblico italiano può leggerlo nella traduzione di Giampietro Pizzo pubblicata da Blue Phoenix Editions, disponibile come eBook su Amazon.

Ci sono scrittori che appartengono alla letteratura. E poi ci sono scrittori che appartengono alla vita — alla vita nella sua forma più bruciante, più instabile, più irriducibile a qualsiasi sistema. Mohammed Khaïr-Eddine appartiene alla seconda categoria. La sua esistenza e la sua opera sono inseparabili: entrambe percorse dalla stessa tensione tra radici e fuga, tra appartenenza e rifiuto, tra la fedeltà a un’origine e la violenza necessaria contro ogni forma di immobilità culturale.
Origini berbere, infanzia nel Souss
Mohammed Khaïr-Eddine nasce il 27 gennaio 1941 a Tafraout, piccola città dell’Anti-Atlante nel cuore del Souss, la regione berbera del Marocco meridionale dove le montagne scendono verso il pre-deserto. È un territorio di pietra e luce, di tradizioni oralissime e di una cultura amazigh millenaria che la colonizzazione francese e poi l’arabizzazione forzata post-indipendenza avrebbero cercato, senza riuscirci del tutto, di marginalizzare e silenziare. Quella cultura — i suoi ritmi, le sue immagini, la sua fisicità — resterà impressa nell’opera di Khaïr-Eddine come un codice genetico impossibile da cancellare, anche quando scrive in francese, anche quando vive a Parigi, anche quando la sua scrittura sembra essersi allontanata anni luce dal paese d’origine.
L’apprendimento del francese — lingua del colonizzatore, lingua dell’amministrazione, lingua dell’accesso all’istruzione superiore — è per Khaïr-Eddine, come per molti intellettuali della sua generazione, un’esperienza duplice e contraddittoria: strumento di emancipazione e al tempo stesso segno di una violenza culturale strutturale. Questa contraddizione non verrà mai risolta. Verrà invece trasformata in materia letteraria, in energia poetica, in una delle operazioni linguistiche più originali della letteratura francofona del Novecento.
Casablanca, la militanza, Souffles
Negli anni Sessanta Khaïr-Eddine si trasferisce a Casablanca, dove lavora come operaio e impiegato mentre comincia a scrivere con urgenza crescente. È in questo periodo che incontra Abdellatif Laâbi e il gruppo di poeti e intellettuali che nel 1966 fonderanno la rivista Souffles — Soffi, in italiano — destinata a diventare la piattaforma più importante della decolonizzazione culturale marocchina.
Souffles non è semplicemente una rivista letteraria. È un manifesto, un atto di resistenza, un progetto di rifondazione culturale che rifiuta simultaneamente l’eredità coloniale francese e il nazionalismo arabo ufficiale, rivendicando invece le radici amazigh, la tradizione orale berbera, e una modernità letteraria radicalmente sperimentale. Khaïr-Eddine vi pubblica poesie e testi teorici che scuotono il panorama culturale maghrebino: la sua voce è immediatamente riconoscibile per la sua violenza verbale, la sua libertà formale, la sua capacità di fondere il politico e il visionario in un’unica corrente espressiva.
L’esordio letterario e il riconoscimento internazionale

Nel 1967 pubblica presso Éditions du Seuil il suo romanzo d’esordio, Agadir, ispirato al devastante terremoto che nel 1960 aveva raso al suolo la città omonima. Il libro vince il Prix de la Francophonie e attira l’attenzione della critica letteraria francese ed europea. È un testo che già contiene tutto Khaïr-Eddine: la prosa frantumata, le immagini allucinatorie, la sovrapposizione di reale e onirico, la lingua tesa fino alla rottura.
Seguono in rapida successione Corps négatif suivi de Histoire d’un bon Dieu (1968), Soleil arachnide (1969) — la sua raccolta poetica più celebre —, Moi l’aigre (1970). Ogni libro spinge più in là la sperimentazione formale, ogni libro conferma la posizione di Khaïr-Eddine come una delle voci più originali e necessarie della letteratura francofona contemporanea. Kateb Yacine, il grande romanziere algerino, lo celebra apertamente. André Pieyre de Mandiargues ne riconosce la potenza visionaria. Il giovane Tahar Ben Jelloun lo indica come riferimento fondamentale.
L’esilio parigino
Negli anni Settanta Khaïr-Eddine si trasferisce a Parigi, dove vivrà per quasi un ventennio. L’esilio non attenua la sua produttività né ammorbidisce la sua scrittura. È in questo periodo che pubblica Le déterreur (1973) — il romanzo che Blue Phoenix Editions porta oggi per la prima volta ai lettori italiani con il titolo Il cavamorti, nella traduzione di Giampietro Pizzo —, Le Royaume scaphandre (1977) e Une vie, un rêve, un peuple toujours errants (1978), forse il suo affresco narrativo più ambizioso.
La vita parigina è segnata dall’eccesso e dalla precarietà. Khaïr-Eddine vive ai margini, rifiuta le comodità dell’integrazione letteraria, mantiene una distanza deliberata dai circuiti culturali ufficiali. È una scelta coerente con la sua poetica: non si può scrivere come scrive lui e al tempo stesso accettare le regole del gioco editoriale e mondano.
Il ritorno e la morte
Negli anni Novanta Khaïr-Eddine torna in Marocco, malato e stanco. Muore a Rabat il 18 novembre 1995, a cinquantaquattro anni. La sua scomparsa lascia un vuoto che la critica letteraria maghrebina e francofona ha impiegato anni a riconoscere pienamente.
Oggi Mohammed Khaïr-Eddine è considerato uno dei maestri assoluti della letteratura maghrebina del Novecento. La sua opera — romanzi, poesie, testi teatrali — è un corpo vivo, ancora capace di disturbare, di sorprendere, di aprire prospettive inattese. Il cavamorti, nella sua prima edizione italiana, è l’invito a entrare in questo universo. Un invito che vale la pena accettare.
«Il cavamorti»: un testo che scava

Le déterreur — tradotto magistralmente in italiano come Il cavamorti — esce in francese nel 1973. Il titolo è già un programma poetico. Il déterreur, colui che dissotterra, è figura ambivalente: è l’archeologo e il profanatore, è chi restituisce alla luce i corpi sepolti dalla storia e chi viola la pace dei morti per costringere i vivi a guardare. Khaïr-Eddine dissotterra i corpi della storia coloniale, le memorie della cultura berbera sommersa, le vittime senza nome di ogni potere. E dissotterra soprattutto la lingua — un francese violentato, teso fino alla rottura, infiltrato di arabismi e ritmi oralissimi, una lingua che è già in sé traduzione e ferita.
Il romanzo — se romanzo si può chiamare — avanza per accumulazione visionaria piuttosto che per sviluppo narrativo lineare. Il protagonista attraversa paesaggi interiori ed esterni che si sovrappongono fino all’indistinzione: il Marocco profondo, la città coloniale, Parigi, i luoghi del sogno e dell’allucinazione. Le immagini sono di una violenza febbricitante: corpi che si disfano e si ricompongono, figure che emergono dalla pagina come apparizioni, paesaggi che mutano con la logica instabile del sogno. C’è una vena surrealista in Khaïr-Eddine — non per influenza libresca, ma per affinità profonda con quella tradizione che riconosce nell’immagine irrazionale uno strumento di conoscenza più potente di qualsiasi argomento razionale.
Ma il suo surrealismo è incarnato, meridiano, porta in sé la temperatura del Souss e la memoria del corpo berbero. È un surrealismo che brucia, non che sogna elegantemente. La provocazione non è mai fine a se stessa. Khaïr-Eddine provoca perché sa che la letteratura addomesticata è letteratura morta. Il cavamorti pretende dal lettore una disponibilità alla destabilizzazione: non lo accompagna, lo costringe a camminare su un terreno instabile. E in questo, paradossalmente, è un atto di generosità — un autore che rifiuta di proteggere il lettore dalla complessità del mondo.

La traduzione di Giampietro Pizzo
Portare Khaïr-Eddine in italiano non è un’impresa semplice. La sua prosa lavora sulla velocità e sulla bruschezza, sull’accumulo e sul taglio netto, su una sintassi che porta i segni visibili dello scontro tra lingue e culture. Giampietro Pizzo ha scelto di non addomesticare il testo: non ha levigato gli angoli né smussato le asperità nell’interesse di una scorrevolezza che sarebbe, in questo caso, una falsificazione. L’italiano che ne risulta è un italiano teso e lavorato, fedele non alla lettera ma allo spirito di una scrittura che non ha mai voluto essere comoda.
Il risultato è un eBook che si legge tutto di un fiato, come si legge un testo che non dimenticherete facilmente.

Recensione di Enzo Martinelli
Una voce che dissotterra tutto — capolavoro ritrovato
Ho letto Il cavamorti tutto di un fiato, incapace di interrompere la lettura nonostante — o forse proprio per — il senso di disorientamento che il testo produce fin dalle prime pagine. E quando l’ho finito sono rimasto qualche minuto fermo, come si fa dopo un’esperienza che ha spostato qualcosa dentro.
Mohammed Khaïr-Eddine è uno scrittore che non somiglia a nessun altro. Nato nel Marocco berbero, cofondatore della rivista Souffles che negli anni Sessanta rivoluzionò la cultura maghrebina, esiliato a Parigi e poi ritornato in patria a morire giovane, Khaïr-Eddine ha costruito un’opera che i grandi circuiti editoriali internazionali hanno colpevolmente ignorato per decenni. Il cavamorti — pubblicato in francese nel 1973 con il titolo Le déterreur — è uno dei suoi romanzi centrali, e questa prima edizione italiana curata da Giampietro Pizzo per Blue Phoenix Editions è un atto di giustizia letteraria che aspettava da troppo tempo.
Il libro è inclassificabile nel senso migliore del termine. Non è un romanzo nel senso convenzionale: non ha una trama lineare, non costruisce personaggi nel modo in cui siamo abituati, non accompagna il lettore verso una risoluzione rassicurante. Avanza per accumulazione visionaria, per immagini che si sovrappongono e si contraddicono, per una voce narrante che attraversa paesaggi interiori ed esterni — il Marocco profondo, la città coloniale, Parigi, i territori del sogno e dell’allucinazione — senza mai fermarsi abbastanza a lungo da permettere al lettore di prendere fiato.
Le immagini sono di una potenza visiva straordinaria. Khaïr-Eddine lavora con una materia carnale, fisica, quasi tattile: i corpi, la terra, il sole del Souss, le macerie della storia coloniale. C’è una vena surrealista nella sua scrittura — ma non il surrealismo cerebrale e elegante dei salotti parigini. È un surrealismo bruciante, meridiano, che porta in sé la temperatura del deserto e la memoria di una cultura berbera che nessun potere è riuscito davvero a cancellare. Le sue immagini non decorano: feriscono, scavano, dissotterrano esattamente come promette il titolo.
Quello che mi ha colpito di più, però, è la lingua. Khaïr-Eddine usa il francese come un’arma contro il francese stesso: lo violenta, lo piega, lo infiltra di ritmi e sonorità che vengono da altrove, lo costringe a dire cose che la letteratura francese ufficiale non aveva mai voluto dire. È una scrittura che sa di oralità antica e di rabbia contemporanea insieme.
Ed è qui che entra in gioco il lavoro straordinario di Giampietro Pizzo. Tradurre Khaïr-Eddine è un’impresa che poteva fallire in mille modi: addomesticando il testo, levigandone le asperità, sacrificando la sua energia dirompente sull’altare di una leggibilità facile. Pizzo non cade in nessuna di queste trappole. La sua traduzione è coraggiosa, tesa, fedele non alla lettera ma allo spirito profondo di una prosa che non ha mai voluto essere comoda. L’italiano che ne risulta ha la stessa densità fisica dell’originale, gli stessi tagli bruschi, la stessa capacità di passare senza preavviso dal registro visionario a quello quasi documentario. Leggendolo non si ha mai la sensazione di stare leggendo una traduzione — si ha la sensazione di stare leggendo direttamente dentro la mente di Khaïr-Eddine, con tutta l’intensità e il rischio che questo comporta.
Blue Phoenix Editions merita un ringraziamento esplicito per aver avuto il coraggio editoriale di portare questo testo al pubblico italiano. In un panorama in cui le traduzioni dalla letteratura maghrebina rimangono ancora troppo rare, questa pubblicazione apre una porta che speriamo resti aperta a lungo — verso gli altri romanzi di Khaïr-Eddine, verso la sua poesia, verso un’opera che nel suo insieme rappresenta uno dei contributi più originali alla letteratura mondiale del Novecento.
Il cavamorti non è un libro per tutti, nel senso che richiede disponibilità alla sfida, all’incontro con una forma e una sensibilità profondamente diverse da quelle a cui la narrativa europea ci ha abituati. Ma per chi è disposto a lasciarsi destabilizzare, la ricompensa è enorme. Questo è il tipo di libro che non si dimentica. Il tipo di libro che, una volta letto, fa sembrare un po’ meno interessanti tutti gli altri.
Cinque stelle, senza esitazione.
Perché leggere Khaîr-Eddine oggi

Perché il Mediterraneo che ci circonda è ancora il teatro di scontri tra culture, lingue e memorie che si ignorano o si combattono. Perché il corpo della storia coloniale non è ancora abbastanza sepolto da non condizionare il presente — e qualcuno deve continuare a dissotterrarlo. Perché la letteratura che non ci sfida non ci serve.
Ma anche, più semplicemente: perché Il cavamorti è un grande libro. Perché dopo averlo letto non si torna al punto di partenza. Perché Blue Phoenix Editions ha fatto con questa pubblicazione qualcosa di raro nell’editoria italiana contemporanea — ha scelto il coraggio invece del confortevole.


Puoi seguirmi anche sugli altri miei canali di social media:
E iscriviti agli aggiornamenti via e-mail su questo blog:
Discover more from Words, Colours and Notes
Subscribe to get the latest posts sent to your email.


One thought on “Mohammed Khaïr-Eddine: il poeta che bruciava le parole”