



Mohammed Khaïr-Eddine, «Il cavamorti»: una voce prorompente finalmente in italiano
Esistono libri che non chiedono il permesso di esistere. Libri che irrompono, che disturbano, che lasciano il lettore in uno stato di disorientamento fertile — quello stesso disorientamento che è la condizione necessaria di ogni vera esperienza letteraria. Le déterreur di Mohammed Khaïr-Eddine è uno di questi libri. E oggi, per la prima volta, il pubblico italiano può leggerlo nella traduzione di Giampietro Pizzo pubblicata da Blue Phoenix Editions, disponibile come eBook su Amazon.
È un evento editoriale che merita attenzione. Non soltanto per la qualità del testo — straordinaria, abrasiva, inclassificabile — ma per ciò che questo libro rappresenta: l’apertura di una finestra su una delle voci più potenti e meno conosciute della letteratura maghrebina del Novecento.
Chi era Mohammed Khaïr-Eddine

Mohammed Khaïr-Eddine nasce nel 1941 a Tafraout, nel cuore del Souss berbero, quella regione del Marocco meridionale dove le montagne dell’Anti-Atlante scendono verso il deserto. Muore a Rabat nel 1995, a cinquantaquattro anni, dopo una vita vissuta nell’eccesso, nell’esilio e nella scrittura. In mezzo, una traiettoria bruciante: l’apprendimento del francese come lingua del colonizzatore e poi come strumento di rivolta, gli anni a Casablanca come operaio e impiegato, la fondazione nel 1966 della rivista Souffles insieme a Abdellatif Laâbi — la grande rivista-manifesto della decolonizzazione culturale marocchina —, l’esilio volontario a Parigi, il ritorno tardivo e difficile in patria.
Khaïr-Eddine fu celebrato da Kateb Yacine, ammirato da André Pieyre de Mandiargues, riconosciuto da Tahar Ben Jelloun come una delle voci fondatrici della nuova letteratura maghrebina. Eppure è rimasto, per decenni, un autore di culto circolante ai margini dei circuiti editoriali internazionali. La sua opera completa — romanzi, poesie, testi teatrali — aspetta ancora, in gran parte, di trovare la diffusione che merita.
«Il cavamorti»: un testo che scava

Le déterreur — tradotto magistralmente in italiano come Il cavamorti — esce in francese nel 1973. Il titolo è già un programma poetico. Il déterreur, colui che dissotterra, è figura ambivalente: è l’archeologo e il profanatore, è chi restituisce alla luce i corpi sepolti dalla storia e chi viola la pace dei morti per costringere i vivi a guardare. Khaïr-Eddine dissotterra i corpi della storia coloniale, le memorie della cultura berbera sommersa, le vittime senza nome di ogni potere. E dissotterra soprattutto la lingua — un francese violentato, teso fino alla rottura, infiltrato di arabismi e ritmi oralissimi, una lingua che è già in sé traduzione e ferita.
Il romanzo — se romanzo si può chiamare — avanza per accumulazione visionaria piuttosto che per sviluppo narrativo lineare. Il protagonista attraversa paesaggi interiori ed esterni che si sovrappongono fino all’indistinzione: il Marocco profondo, la città coloniale, Parigi, i luoghi del sogno e dell’allucinazione. Le immagini sono di una violenza febbricitante: corpi che si disfano e si ricompongono, figure che emergono dalla pagina come apparizioni, paesaggi che mutano con la logica instabile del sogno. C’è una vena surrealista in Khaïr-Eddine — non per influenza libresca, ma per affinità profonda con quella tradizione che riconosce nell’immagine irrazionale uno strumento di conoscenza più potente di qualsiasi argomento razionale.
Ma il suo surrealismo è incarnato, meridiano, porta in sé la temperatura del Souss e la memoria del corpo berbero. È un surrealismo che brucia, non che sogna elegantemente. La provocazione non è mai fine a se stessa. Khaïr-Eddine provoca perché sa che la letteratura addomesticata è letteratura morta. Il cavamorti pretende dal lettore una disponibilità alla destabilizzazione: non lo accompagna, lo costringe a camminare su un terreno instabile. E in questo, paradossalmente, è un atto di generosità — un autore che rifiuta di proteggere il lettore dalla complessità del mondo.
La traduzione di Giampietro Pizzo
Portare Khaïr-Eddine in italiano non è un’impresa semplice. La sua prosa lavora sulla velocità e sulla bruschezza, sull’accumulo e sul taglio netto, su una sintassi che porta i segni visibili dello scontro tra lingue e culture. Giampietro Pizzo ha scelto di non addomesticare il testo: non ha levigato gli angoli né smussato le asperità nell’interesse di una scorrevolezza che sarebbe, in questo caso, una falsificazione. L’italiano che ne risulta è un italiano teso e lavorato, fedele non alla lettera ma allo spirito di una scrittura che non ha mai voluto essere comoda.
Il risultato è un eBook che si legge tutto di un fiato, come si legge un testo che non dimenticherete facilmente.
L’opera di Khaïr-Eddine: altri titoli da scoprire
Il cavamorti è la porta d’ingresso a un universo letterario più vasto. Per chi volesse esplorarlo ulteriormente, l’opera di Khaïr-Eddine è accessibile in edizione francese attraverso diversi titoli fondamentali.
Il romanzo d’esordio Agadir (1967, Seuil) — vincitore del Prix de la Francophonie — è forse il punto di partenza ideale: un testo che nasce dal terremoto reale che nel 1960 distrusse la città di Agadir e ne fa metafora di ogni catastrofe coloniale e identitaria. Voce allucinatoria, struttura frantumata, potenza visiva immediata.
Moi l’aigre (1970, Seuil) spinge ancora più in là la sperimentazione formale: un testo-grido, autobiografico e visionario insieme, in cui la rabbia politica si trasforma in energia poetica pura.
Corps négatif suivi de Histoire d’un bon Dieu (1968, Seuil) raccoglie due testi che mostrano la sua capacità di muoversi tra poesia e prosa, tra sacro e blasfemia, con la stessa libertà radicale.
Soleil arachnide (1969, Seuil) è la sua raccolta poetica più celebre: una poesia che non somiglia a nessun’altra, costruita per immagini esplosive e ritmi che sembrano venire da una tradizione orale reinventata sulla pagina.
Per chi legge il francese, questi titoli — molti disponibili in edizioni o ristampe accessibili online — offrono il quadro completo di un autore che merita di essere letto nella sua interezza.

Perché leggerlo oggi
Perché il Mediterraneo che ci circonda è ancora il teatro di scontri tra culture, lingue e memorie che si ignorano o si combattono. Perché il corpo della storia coloniale non è ancora abbastanza sepolto da non condizionare il presente — e qualcuno deve continuare a dissotterrarlo. Perché la letteratura che non ci sfida non ci serve.
Ma anche, più semplicemente: perché Il cavamorti è un grande libro. Perché dopo averlo letto non si torna al punto di partenza. Perché Blue Phoenix Editions ha fatto con questa pubblicazione qualcosa di raro nell’editoria italiana contemporanea — ha scelto il coraggio invece del confortevole.



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One thought on “Il cavamorti, di Mohammed Khaïr-Eddine ✍️🇲🇦🇮🇹”